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N° 132

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USI antimilitarista

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IL LIBRO LE FIGURE STORICHE DELL'UNIONE SINDACALE ITALIANA

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ALMANACCO DI "GUERRA DI CLASSE" 1912-2012

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Assemblea 23 settembre

RELAZIONE INTRODUTTIVA

Le motivazioni dello sciopero generale dei 27 ottobre sono state ulteriormente chiarite e rafforzate da quanto avvenuto dopo la sua dichiarazione.

Il contesto che si è delineato evidenzia con più chiarezza un preciso progetto autoritario di normalizzazione dei rapporti sociali nel paese che va respinto con determinazione

Le linee operative del progetto governativo riguardano:

La limitazione del diritto di sciopero

Dopo il riuscitissimo sciopero del 16 promosso da alcune organizzazioni sindacali di base è ripartito l’attacco al diritto di sciopero.

La crisi economica, viene affrontata dalla borghesia accentuando l’attacco alle condizioni di vita dei lavoratori (lavoro flessibile, disoccupazione, precarietà, ecc.) contemporaneamente con un’escalation dell’azione repressiva e reazionaria. Laddove lo Stato ha poco da offrire in termini di “stato sociale“, la dura legge del capitalismo, fatta di licenziamenti, salari da fame e sfruttamento, può essere accettata e introiettata soprattutto attraverso il manganello, la criminalizzazione del dissenso e l’attacco al diritto di sciopero.

 

Si punta perciò a stringere le maglie dell’esercizio dello sciopero per ridurre la possibilità che col conflitto i lavoratori e i ceti popolari possano costruire dei rapporti di forza per modificare in meglio la propria condizione lavorativa ed economica.

Il diritto allo sciopero è stato da tempo limitato e impedito con norme (legge 146/90 poi racchiusa nel testo unico n. 83/2000) e sentenze; ora verrebbe definitivamente sottratto ai singoli lavoratori e attribuito ad alcune organizzazioni sindacali integrate allo Stato a cui affidare il monopolio sindacale.
Cercheranno di impedire, tramite legge, l’esercizio del diritto di sciopero ad organizzazioni sindacali che sono in opposizione alle politiche padronali e dei Governo.

Riteniamo indispensabile ribellarsi alla volontà del padronato, del governo e di Cgil, Cisl, Uil di riscrivere lo statuto dei lavoratori ed eliminare il diritto di sciopero.

Su tali orientamenti gravi ci sono delle responsabilità anche da parte di quelle sigle “di base” che dopo aver aspramente criticato l’accordo del 10 gennaio sulla Rappresentanza, l’hanno opportunisticamente sottoscritto, rompendo, così, il fronte di unità con il sindacalismo conflittuale e favorendo le manovre padronali per la restrizione del diritto di sciopero.


La politica abitativa e la repressione di chi lotta e rivendica diritti

Il ripristino della “legalità” borghese – di cui il “foglio di via” è una delle rappresentazioni utilizzate più frequentemente- ha riguardato molte situazioni di lotta per il lavoro e per i contratti; ultimamente anche la politica abitativa e per coloro che sono immigrati nel paese. A Roma, prima i rifugiati eritrei sono stati sgomberati dal palazzo che occupavano in via Curtatone e poi sono stati risgomberati con gli idranti e cariche dalla Polizia dalle aiuole e dai marciapiedi di Piazza Indipendenza dove dormivano dopo lo sgombero.

L’organizzazione dello sgombero dalle case e il tentativo di rimozione dei disagio e della condizione degli emarginati dalla strada è una pratica largamente in uso nei quartieri dove ci sono occupazioni. Una politica che nega il diritto alla casa che va efficacemente contrastata con le lotte, come già molti compagni stanno facendo nei medesimi territori.

Immigrati

I migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati che vivono nelle nostre città non vengono considerati parte delle nostre comunità, anche se talvolta sono più anni che vivono in Italia.

Il dibattito pubblico su questa questione ha assunto toni ancora più xenofobi, perché ha preso più consistenza il desiderio o l’augurio che si facciano da parte, che spariscano.

La posizione del governo più della propagandata e strumentale “Aiutamoli a casa loro” è diventataSe la vedano loro al di fuori dall’Italia”

Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico.

L’intesa tra Italia e Libia è una tappa della strategia di esternalizzazione delle frontiere, perseguita a tutti i costi, tanto dal nostro governo quanto dall’Unione Europea; persegue il contenimento degli sbarchi mettendo in secondo piano il rispetto dei diritti fondamentali di chi fugge dalle guerre e dalla fame da loro prodotte.

La riduzione degli sbarchi di cui tanto si vanta il governo è dovuta, in parte al lavoro della guardia costiera libica, ma soprattutto agli accordi fatti con le due più potenti milizie per bloccare in Libia il più importante punto di partenza di migranti soprattutto africani.

Per comprare la serenità nel proprio giardino e per coprire la mancanza di una politica sull’emigrazione, si lascia a un altro stato il compito di fare il lavoro sporco in cambio di aiuto economico, usando i fondi per lo sviluppo.

Con l’accordo, l’Italia delega alla Libia la gestione (con un sistema criminale di controllo e detenzione fatta da costrinzioni e abusi) dei flussi migratori, così come ha già fatto l’Unione Europea con la Turchia offrendole 6 miliardi di euro per bloccare la rotta greco-balcanica.

Occorre sempre ricordare e ribadire che i padroni impongono a coloro che vengono da altri paesi che loro dominano imperialisticamente, peggiori condizioni di lavoro e di salario per imporre un abbassamento generale del costo della forza lavoro fomentando guerre tra poveri. Il conflitto deve essere, perciò, ricondotto contro chi sfrutta non contro chi è parimenti sfruttato.

Esclusione e marginalizzazione del sindacalismo conflittuale

IL tentativo di indebolire politicamente ed organizzativamente perseguito ai danni del sindacalismo mira all’accentuazione della limitazione degli scioperi e delle lotte di tutti i lavoratori.

Anche di ciò dobbiamo tener conto nella discussione sullo sciopero generale del 27 ottobre indetto da Cub, SGB, SI Cobas, Usi-AIT, Siai Cobas per contrastare e respingere l’attacco portato dal governo e dai padroni contro i lavoratori, i ceti popolari, i disoccupati e i pensionati.

NOI SIAMO PER:

– Abolire le disuguaglianze salariali, sociali, economiche, di genere e quelle nei confronti degli immigrati.

– Forti aumenti salariali, una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e investimenti pubblici per ambiente e territorio.

– Avere una pensione a 60 anni o con 35 anni di contributi. Abolire la legge Fornero
– Garantire il diritto universale alla salute, all’abitare, alla scuola, alla mobilità pubblica e tutele reali di salario peri disoccupati.

– Difendere il diritto di sciopero con l’abolizione delle leggi che lo vincolano. – Rigettare l’accordo truffa del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza.

– Contrastare la politica dei paesi imperialisti come l’Italia che per la rapina ed il controllo delle risorse fomentano e partecipano in molti paesi alle azioni militari opprimendo il proletariato e le masse povere di questi aumentano le stesse spese militari.

Questa opzione, oltre che esprimere una precisa volontà di contrastare i massacri di innocenti la devastazione dei territori come conseguenza delle politiche dei nostri governanti e gli interessi dell’industria bellica, si collega saldamente con i sacrifici che ci sono imposti dall’assorbimento di enormi risorse sottratte alle nostre più urgenti necessità.

E’ altrettanto prioritaria una lotta di contrasto contro la precarizzazione del lavoro grazie alle leggi promulgate dai vari governi, l’ultima quella dello jobs act, che sono strumenti formidabili di ricatto e di distruzione dei diritti fondamentali, a partire dall’uso che ne fanno le istituzioni stesse e le amministrazioni locali di ogni colore.
Non è più tollerabile, come avviene nel pubblico impiego, subire un blocco dei Contratti che dura ormai da sette anni.

Non è più sopportabile che nello stesso settore, vedi nel privato della sanità, ci siano CCNL diversi, l’uno peggiore rispetto all’altro, che dividono i lavoratori all’interno della stessa azienda, al solo scopo d’indebolire per meglio sfruttare i dipendenti.

Il nostro, insomma, è un mondo che vede sempre più aumentare la polarizzazione della società: ad un capo chi si arricchisce sull’aumentato sfruttamento, dall’altra chi perde il salario o addirittura muore di fame. La ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale è diminuita dal 2010 al 2015 di mille miliardi di dollari. La metà più povera ha perso ben il 38% di quanto disponeva.

Le disuguaglianze sono un prodotto del sistema capitalistico e aumentano con le crisi capitalistiche. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle e diventano ogni giorno meno sostenibili e mettono ormai in discussione lo stesso diritto all’alimentazione, alla salute, alla casa ecc.L’aumento delle disuguaglianze non è, come vorrebbero farci credere i media asserviti, il semplice risultato di “politiche governative sbagliate“, bensì il prodotto della divisione della società in classi, tra sfruttatori e sfruttati.

Le politiche liberiste, e le delocalizzazione verso i paesi a basso costo sono un aspetto di questo attacco: o rinunciare alle conquiste – che i mass media spacciano per “privilegi” – o perdere il lavoro. Solo la ripresa della lotta di classe può difendere le condizioni di lavoro e il salario e invertire la tendenza contro questo sistema.

Lo sciopero del 16 giugno indetto da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-ait, Slai Cobas e, a livello locale da organismi di base, per l’intero comparto del trasporto pubblico e privato contro le privatizzazioni, in unità con i lavoratori del settore della logistica, dove il trasporto delle merci utilizza in forma massiccia il supersfruttamento della manodopera immigrata, è stato un grande successo per la importante risposta data.

Un fatto ancor più significativo è rappresentato dall’adesione di tanti altri lavoratori che, aldilà dell’appartenenza sindacale, hanno colto l’occasione dello sciopero per manifestare il proprio malessere e il proprio dissenso verso le politiche economiche e sociali del governo.

La massiccia adesione ha dato fastidio a chi Governa, ai poteri forti e ai sindacati compiacenti, che invece di cogliere il malessere sociale montante organizzando scioperi d’opposizione alle politiche governative, pensano di limitare, insieme ai governi, ulteriormente il diritto di sciopero che è già stato pesantemente messo in discussione nel pubblico impiego e nei servizi pubblici in genere.

L’urgenza della mobilitazione è resa ancora più evidente dallo sviluppo in questi anni di grandi movimenti di lotta in tutto il mondo per il salario per i diritti e per la libertà.

L’oramai quasi decennale ciclo di lotte nei magazzini della logistica, così come la testarda resistenza in questi anni di ampi settori di autoferrotranvieri alla distruzione del trasporto pubblico, sono due esempi a riconferma che esiste una diffusa disponibilità a lottare contro padroni e governo.

Ciò ci ha portato a lanciare ed organizzare nel paese un vero sciopero generale su precisi obiettivi che segnino una svolta in positivo nel conflitto contro le politiche imposte ai lavoratori e contro un uso crescente di strumenti repressivi.

Uno sciopero che non sia dei soli proponenti ma che coinvolga nuovi soggetti singoli e collettivi che condividano l’analisi e le proposte e disponibili eventualmente ad arricchirle con proprie indicazioni.

Noi lavoriamo per costruire una nuova stagione di lotta e mobilitazione che coinvolga tutti i lavoratori, le lavoratrici, i ceti più poveri della popolazione, quanti sono impegnati nel conflitto sociale, per cambiare questo sistema e per esprimere tutto il nostro dissenso verso le politiche borghesi.

Il 27 Ottobre può essere l’occasione per unificare e rilanciare i conflitti in un percorso di costruzione di lotta di classe.

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